Il Covid-19 in viaggio sulla nuova via della seta

Il Covid-19 in viaggio sulla nuova via della seta

Il Covid-19 in viaggio sulla nuova via della seta

1600 1200 Parag Khanna

Una sorprendente sovrapposizione tra il percorso del virus di oggi e quello della Peste Nera del ‘300

Circa 750 anni fa, Marco Polo intraprese diversi viaggi da Venezia attraverso il Mar Mediterraneo, e poi via terra percorrendo la Persia e l’Asia centrale fino alla corte del grande Kublai Khan, nipote di Gengis Khan e fondatore della dinastia Yuan, che presiedeva forse il più grande impero della storia mondiale. I mongoli alimentavano le Vie della Seta del commercio che avvolgevano il mondo medievale dalla Cina all’Italia, almeno fino a quando la Peste Nera non si diffuse lungo di esse nella stessa direzione, spazzando via quasi metà della popolazione mondiale.
Ovviamente, è troppo presto per fare previsioni di tale terribile portata sul Covid-19. Tuttavia, esiste una sovrapposizione sorprendente tra il percorso dell’odierna diffusione virale e quello emerso nel 1300, tanto che questi parallelismi ci dicono qualcosa di cruciale sullo stato della geopolitica odierna. Le rotte commerciali e le infrastrutture espandono l’influenza imperiale; le interruzioni lungo di esse aumentano la consapevolezza delle nostre vulnerabilità. Vien da dire che se fossimo intelligenti e brillanti risponderemmo creando più possibili attriti e frizioni, per evitare di essere dominati da un unico soggetto egemone.
Pare che la peste del XIV secolo abbia avuto origine nella provincia cinese di Hubei, con batteri diffusi dalle marmotte, dove produsse circa 5 milioni di morti nei soli anni Trenta del 1300. La peste si propagò poi verso ovest attraverso i mercanti e le carovane lungo la Via della Seta, e in pochi anni raggiunse la Persia, dove uccise il sovrano Abu Said e metà della popolazione. Infine, nel 1347 entrò in Europa attraverso il porto di Genova.
Proviamo il confronto con la diffusione del Covid-19 di oggi. Questa volta la fonte della malattia parrebbe essere stata il pangolino o il pipistrello al posto della marmotta, ma è iniziata nuovamente a Wuhan, che è la capitale di Hubei. Il virus Corona ha poi raggiunto l’Iran in un paio di settimane, dove finora ha contagiato centinaia di persone [oggi oltre 10.000 n.d.t.], tra le quali il viceministro della salute del Paese. Di seguito, un massiccio focolaio successivo è sorto in Italia, con oltre 300 casi in rapida crescita [oggi oltre 25.000 n.d.t.], e probabilmente si diffonderà in Europa seguendo esattamente lo stesso percorso della peste di qualche secolo fa.
Non è forse un caso che, negli ultimi due decenni, la Cina sia stata l’origine della SARS, dell’influenza suina e ora del Covid-19. Né ci dovrebbe sorprendere che l’Iran e l’Italia siano emersi, ancora una volta, come punti di passaggio per la diffusione della pandemia. Cosa hanno in comune oggi l’Iran e l’Italia? Sono due delle principali ancore della Belt and Road Initiative, conosciuta proprio come la Nuova Via della Seta del XXI secolo.

Recentemente, io stesso ho tenuto una lezione a Pechino a un gruppo di studenti di una business school italiana con sede a Torino, la cui università ha forti legami con la Cina. I laureati di questi corsi trovano spesso lavoro presso Alibaba, ICBC e altre importanti aziende cinesi che stanno espandendo la loro presenza in Italia. Quando ho chiamato gli studenti i moderni Marco Polo, hanno fatto un cenno di approvazione con malcelato orgoglio. Sono anch’essi mercanti della nuova Morte Nera?
Il board dell’Organizzazione Mondiale della Sanità dice che il mondo non è pronto per un’altra pandemia. Molti sistemi sanitari pubblici sono mal equipaggiati e non sono in grado di imporre le procedure di quarantena e le pratiche igieniche necessarie per frenare la diffusione della malattia. Fortunatamente stiamo imparando in fretta e nonostante tutto la sopravvivenza è ancora molto probabile. Singapore è passata dall’essere il Paese con il maggior numero di infezioni al di fuori della Cina a dimettere quasi tutti i pazienti infetti dai suoi ospedali. I suoi abitanti sono ancora in stato di allerta, ma la vita è tornata alla normalità. Altre società possono imparare da Singapore e adottare la disciplina necessaria per evitare disastri collettivi. A differenza di sette secoli fa, abbiamo trattamenti medici sofisticati e tecnologie che rendono le quarantene più praticabili.
Infatti, anche mentre il mondo continua con la gestione della crisi del coronavirus, le conseguenze geopolitiche ed economiche si fanno sempre più chiare. Le aziende accelereranno lo spostamento delle catene di fornitura fuori dalla Cina, limitando la loro esposizione solo a ciò che producono per il mercato cinese. Le case automobilistiche giapponesi lo fanno da oltre un decennio, con il trasferimento della produzione della Toyota in Thailandia e Indonesia. Samsung ha fatto lo stesso per i suoi smartphone, ora ne produce la maggior parte in Vietnam. Il nuovo mantra è: fare dove si vende. Non avvicinarsi troppo, o dipendere troppo dalla Cina.

La stessa lezione vale per la diplomazia. Invece di vedere la Cina su un percorso lineare verso il dominio eurasiatico, i suoi vicini stanno uscendo dalla sua ombra. Il Giappone sta guadagnando fiducia in sé stesso; l’India sta facendo acquisti militari e ha appena ospitato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump per riaffermare l’impegno dei Paesi a favore di una regione marittima Indo-Pacifica libera e aperta. Queste nazioni – così come l’Europa – stanno aiutando gli Stati asiatici più deboli a resistere alla Cina nella difesa delle loro isole, evitando le trappole del debito e trovando alternative ai sistemi di telecomunicazione Huawei 5G.
Anche se un tempo i cinesi erano vittime mongole, al contrario la Cina moderna è spesso paragonata oggi all’impero mongolo almeno per i termini espansionistici che sottende. Così come la peste ha decimato i khanati mongoli e indebolito la sua presa sull’Eurasia, così anche il coronavirus incoraggerà gli stati vassalli della Cina a cercare altri partner nel mercato geopolitico. L’Asia non è stata dominata da una sola potenza dai tempi dei mongoli, e il loro posto nella storia sembra essere intatto. Costruendo molteplici percorsi di connettività può appare inizialmente come creare più vie di diffusione per gli agenti patogeni, ma ci permette anche di aggirare i punti critici se e quando si presentano.
Più connettività significa, in ultima analisi, più resilienza. Perché la nuova Via della Seta sopravviva, la nuova Via della Seta avrà bisogno di molti percorsi, non di uno solo.


Articolo pubblicato il 2 marzo 2020 su Wired.