Urbaine partout, ville nullepart

Urbaine partout, ville nullepart

Urbaine partout, ville nullepart

640 426 Luca Bertocci

Mi è risuonato – come da titolo – un grido che ormai più di un anno fa, quando abitavo a Bruxelles, ci accompagnava per le strade: police partout, justice nullepart, intendo. Negli stessi giorni, in Francia, i ruraux (così si leggeva sulla stampa) – i provinciali – marciavano dalle cinture peri-urbane di Parigi in gilet giallo, poi tornando indietro e di nuovo venendo, così che a primo acchito poteva sembrare un andirivieni, un implodere ed esplodere. Trovammo poi – in questa territorialità circolatoria, certo pre-esistente ad altri fini – il nostro, inedito, spazio. (http://www.intotheblackbox.com/articoli/tutto-il-potere-alle-rotonde/). Né dentro né fuori, né centro né periferia. Così, a questa scala – così percorso, celebrato, contestato e trasformato lo spazio (Swyngedouw) – si poneva una questione: la transizione ecologica la paghino i ricchi.

È ciò che ho pensato – urbaine partout ville nullepart – ascoltando questo seminario (Lithium: Exploring the Frontiers of Urbanization). Nonostante spesso mi sia venuto in mente il famoso saggio di Wendy Brown “Stati murati sovranità in declino” (2013). Anche quelle frontiere sono – almeno – spessore, tempo, non a caso la domanda della ricercatrice in ascolto: come si abitano? Le mura che persistono, infatti, esistono in un più ampio movimento dialettico e – a volte – anche la loro superficie può essere porosa. Siano intorno a uno Stato o ad una città, cambia forse qualcosa?

Non dobbiamo, ci dice Alberto, immaginare il momento concentrato dell’urbanizzazione come sociale (la fu ‘città’) e macchinico quello esteso, operazionale. Anche nei remoti lembi, remoti a chi nei centri urbani si colloca e trova posizione, arrivano arie e materiali che fanno vibrare in questi luoghi estrattivi una certa “condizione urbana”. Sarebbe blasfemo dire che li rendono vivibili, ma in cosa consisterebbe l’eresia? Non certo se fosse una scommessa provocatoria: vogliamo poter co-abitare ovunque. Per orientarci a questa direzione dovremmo giungere a immaginarci in una virtualità, in un campo (Lefebvre), in un’astrazione concreta (Brenner) che niente ha a che vedere con la mappa, con l’urbano come “tessuto”, nell’urbanizzazione, non già attraverso ma oltre il concetto ideologico di città. L’Urban Theory Lab di Harvard studia queste nuove epistemologie: tecniche per comprendere prossimità multiscalari, non zenitali, in un radicalmente nuovo modello dello spazio e del tempo, qualcosa che – intuitivamente – Merrifield vede nei Pollock, nel n. 32 soprattutto (2010).

“Rather, he [Marx]emphasized the need for planning in this area, including such measures as the  elimination of the antagonism between town and country through the more even dispersal of the population (Marx and Engels,1848)”. Nel 1999 Foster pubblica un articolo – da cui viene la citazione – prodromo a un fertile dibattito sul metabolismo urbano. C’è, nel problema metabolico, una supposta e reciprocamente costituente esternità: Società e Natura. È Marx stesso, e attraverso lui Foster, a segnarne chiaramente l’orlo, la linea: la frattura (rift) metabolica esiste a partire dal rapporto antagonistico tra città e campagna. The need for planning in this area, ci dice Marx, ovvero: risolvere questa coppia oppositiva, che è la base geografica, l’infrastruttura, della legge del valore, è questione di progettare e produrre spazio through the more even dispersal of the population. Insomma, il problema sarebbe allora orientare ad altri scopi questa urbanizzazione planetaria. Mi immagino il filosofo di Treviri che ci rimprovera: cosa aspettate, è il momento!

In quarantena, c’è il rischio di tornare ad abitare più intensamente una problematica idea, a credere che veramente la città finisca (o debba finire) sull’orlo della nostra finestra. Che dunque, di nuovo per litote, esista come specifico insediamento, come categoria per proficuamente comprendere e produrre lo spazio di questi strani giorni (e il futuro). È deserta perchè ne siamo fuori, cioè in casa. Ogni volta che mi piego a riporre il detersivo sotto l’acquaio dopo aver lavato i piatti penso a Berlino. Vedo quei ghirigori di pipes rosa che costeggiano certe strade e tanto mi colpirono, li vedo qui, prima nascosti ora esposti in questo mobiletto, come allora d’improvviso, altrove rispetto a dove sarebbero dovuti essere. Non sottoterra (Cton) ma tutt’intorno. Batterie di litio, tubi o persone: quest’urbanizzazione planetaria non è solo comando, non è la pro-iezione dei loro desiderata, è molto di più. C’è un’ambivalenza, un’opportunità.

Da alcuni recenti progetti urbani che sono – come la moda – un “balzo di tigre nel passato”, che hanno però luogo – direbbe ancora Benjamin “nell’arena dove comanda la classe dominante” si evince, in immagine almeno, lo scioglimento di quel rapporto antagonistico tra urbano e natura. Intrigante, se non altro poichè la nostra società, intendo occidentale, si regola e si è espansa (per sei secoli) – e sappiamo come – dentro quella regola binaria. In questi giorni, tra gli altri, un argomento è immediato: il COVID-19 si è diffuso grazie all’iperconnesione e circolazione, cioè al sistema-mondo utile all’accumulazione forsennata. L’UAAR, quando ero bambino, attaccò su molti autobus ed altrove dei cartelli: “Su Dio abbiamo due notizie: quella cattiva è che non esiste, quella buona che non ne abbiamo bisogno”. Al di là di una certa incongruenza filosofica che sentivo in quelle parole, oggi potrebbero suonarci così: la città non esiste (più), e la bella notizia è che non ne abbiamo bisogno. Non lasciamo che il virus ne re-introduca la necessità nelle nostre menti.

“Lo stesso salto, sotto il cielo libero della storia, è il salto dialettico, e come tale Marx ha concepito la rivoluzione”, così conclude Benjamin la quattordicesima tesi sul concetto di Storia.