[Giornata di studi] Prospettive critiche sul capitalismo contemporaneo

[Giornata di studi] Prospettive critiche sul capitalismo contemporaneo

600 228 Into the Black Box

Bologna, Giovedì 21 febbraio 2019 @ Salone secondo piano ex convento di Santa Cristina (UNIBO)

L’iniziativa si struttura come luogo di approfondimento dell’impianto teorico e metodologico che sostiene PLUS (Platform Labour in Urban Spaces: Fairness, Welfare, Development), un progetto di ricerca Horizon 2020 iniziato a gennaio 2019. La giornata è strutturata attorno a tre assi tematici come altrettante prospettive per indagare le dinamiche del capitalismo contemporaneo. Ognuno di questi snodi è strutturato con una domanda generale, una intermedia e l’indicazione di un caso di studio. Il taglio della giornata è laboratoriale. Ogni sessione sarà introdotta e gestita dai membri del gruppo di ricerca, vedrà relazioni di 15/20 minuti, alle quali seguirà una discussione aperta dai discussant.


PROGRAMMA

  • 10:00 // introduzione ai lavori di Into the Black Box
  • 10:30 – 12:30 // prima sessione
    Tavola rotonda “Per una critica del paradigma delle rivoluzioni del capitale”
    Coordina: Niccolò Cuppini – Into the Black Box
    Intervengono: Stefano Agnoletto – Fondazione ISEC; Loris Caruso – Scuola Normale Superiore; Michele Filippini – UNIBO; Maurizio Ricciardi – UNIBO; Paola Rudan – UNIBO
  • 12:30 – 14.00 // Pranzo
  • 14:00 – 15:30 // seconda sessione
    “Il Panopticon digitale: quando il padrone è un algoritmo”
    Introduce: Floriano Milesi – Into the Black Box
    Relazioni: Alessandro Delfanti – University of Toronto, Annalisa Murgia – UNIMI, Emiliana Armano – Università Statale di Milano e Daniela Leonardi – UNIMIB
    Discutono: Clara Mogno – UNIPD, Gianmarco Peterlongo – UNIBO, Dario Fontana – UNIMORE
    Riflessioni conclusive: Maurilio Pirone – Into the Black Box
  • 15:30 – 16:00 // Pausa caffè
  • 16:00 – 17:30 // terza sessione
    “Logiche spaziali / accelerazioni temporali”
    Introduce: Mattia Frapporti – Into the Black Box
    Relazioni: Rutvica Andijasevic – University of Bristol, Giorgio Grappi – Università di Bologna, Matteo Vegetti – Università della Svizzera Italiana
    Discutono: Andrea Bottalico – UNIFI, Gabriella Cioce – Univerity of Nottingham, Irene Peano – Università di Lisbona
    Riflessioni conclusive: Carlotta Benvegnù – Into the Black Box
  • Chiusura dei lavori di Sandro Mezzadra, UNIBO

 

  • Dalle 22: Logistics Party Vol. 2 @ Binario69

PRESENTAZIONE DELLE SESSIONI

 

 “Per una critica del paradigma delle rivoluzioni del capitale”

Si sta diffondendo il proliferare del lemma “rivoluzione” in rapporto a numerosi innovazioni capitalistiche: dalla rivoluzione logistica a quella digitale, passando per la rivoluzione di internet a innumerevoli altre. Questo asse di riflessione intende invece mettere a critica tale semantica, con una operazione che può svolgersi anche in senso genealogico a partire dal mettere a critica l’idea stessa di “rivoluzione industriale”. Quest’ultima infatti propone una narrative che porrebbe nell’“invenzione” inglese il punto di svolta, riducendo il tutto a una innovazione tecnica (nonché coprendo sia il fatto che le macchine per tessere la lana erano già presenti ad esempio in India – dove il colonialismo inglese le distrusse – sia che il sistema produttivo centrato sulla classica fabbrica di Manchester dipendeva dalle piantagioni schiavistiche). È piuttosto la capacità di interconnettere figure del lavoro eterogenee e la strutturazione di uno specifico rapporto sociale il dato qualitativo del capitale da mettere in rilievo.

Ciò non toglie che si sia assistito negli ultimi due secoli a una serie a-lineare di transizioni, complesse successioni di assemblaggi e integrazioni tra sistemi produttivi, decise innovazioni tecnologiche. L’intento è però di indagarle qui dalla prospettiva del loro rapporto con la composizione di classe. E su un secondo livello, più complesso, si potrebbe riflettere sul passaggio tra sussunzione formale e sussunzione reale quale elemento decisivo di scarto.

In questa direzione individuiamo e vorremmo mettere in luce una macro-successione che va dal fordismo alla sua mutazione logistica e arriva fino all’oggi il cui i data sono il core, o meglio una delle frontiere più avanzate di “produzione” ed estrazione di valore. Per analizzare il passaggio da un sistema produttivo a trazione logistica a uno data oriented si può riflettere sull’attuale perdita di rilievo del modello Wallmart in favore di Amazon e Alibaba, così come ragionare sulla sequenza zero stock – just in time – on demand.

Il punto di arrivo di questa indagine è il cosiddetto 4.0, rispetto al quale ci interessa riflettere su quali siano le specifiche novità introdotte e quali le permanenze storiche. Riprendendo lo slogan di Amazon “Human as a Service” come nuova concezione della forza lavoro, ci pare che il 4.0 sia più che altro un nuovo tipo di coordinamento, e non certo l’annullamento del lavoro. E per approfondire il tema si potrebbe partire da un approfondimento delle sue due derivazioni principali: quella dell’innovazione logistica e informatica impiantata nella sfera della produzione nella manifattura tedesca e quella legata alle piattaforme di derivazione statunitense/Silycon Valley.

“Il Panopticon digitale: quando il padrone è un algoritmo” 

Assistiamo all’emersione di due tendenze che definiscono le nuove grandi aziende globali. Da un lato le grandi Internet/Logistics Company come Amazon producono nuove centralità per gestire il loro business, costruendo nuove “fabbriche di colli” con migliaia di dipendenti; dall’altro si osservano modelli che puntano invece sulla capacità di governance del lavoro diffuso e individuale – “risolvendo” in qualche misura il problema storico del controllo e comando sul lavoro a domicilio e potendosi muovere su bacini di mano d’opera potenziale infinita e sempre a disposizione all’interno dei tessuti metropolitani, si pensi ad Uber.

Le cosiddette “piattaforme” sono emblematiche di un modello emergente di organizzazione del lavoro, che modifica sia l’ambito manageriale che quello lavorativo. Le piattaforme infatti sono una sorta di interfaccia tra capitale e lavoro e piuttosto che condurre verso la “fine del lavoro”, si muovono verso una sua differente organizzazione, per semplificarlo e ulteriormente frammentarlo. All’emersione delle piattaforme con interfaccia tra capitale e lavoro fa da sfondo anche una tendenziale decadenza della figura dello Stato come mediatore di tale rapporto, e in particolare il tema del Contratto, il suo progressivo perdere di pregnanza, è iconico in proposito. Si potrebbe metaforicamente dire che se il contratto era una forma opensourse, consultabile da tutti, oggi queste forme nuove non sono accessibili, sono blackbox. L’affermarsi della tecnologia blockchain può essere un altro esempio in proposito, laddove tramite essa (al momento adottata per lo più per certificare le transazioni delle cripto-valute) si innestano nuovi sistemi di decentralizzazione/ricentralizzazione oltre le istituzioni classiche. Un secondo fascio di riflessioni parte dal constatare come, ampiamente sottovalutato, la raccolta di data dei lavoratori, sul loro modo di produrre nei luoghi di lavoro, sia tra le merci più preziose, in quanto consente processi continui di automazione.

Tra concentrazione della forza lavoro e governance del lavoro diffuso/sparpagliato vediamo dunque un particolare movimento di nuova centralizzazione e verticalizzazione nell’organizzazione dei processi produttivi, nonché nell’ambito della circolazione e dei grandi brand del consumo. Dentro questo scenario quali sono le possibilità per l’autonomia del lavoro vivo? Quali le direzioni per immaginare percorsi per la “riappropriazione” del capitale fisso? La centralizzazione in atto può essere un vantaggio per la costruzione di potere di parte della forza-lavoro più che l’inverso? Come casi di studio più rilevanti si possono indicare alcune delle più significative aziende del “capitalismo di piattaforma”: Amazon, Uber, Facebook, Deliveroo.

“Logiche spaziali / accelerazioni temporali”

La formula “Just in time and to the point” è emblematica degli attuali assetti economici, strutturandone la razionalità e i modelli. Ma su quale dei due versanti pende la bilancia? Siamo posti di fronte a un’egemonia del tempo o a una spazializzazione della produzione quale carattere decisivo?

Stiamo inoltre all’interno di un passaggio in cui si tende a riavvicinare i luoghi della produzione a quelli del consumo, come indicano i repentini successi di multinazionali come Zara rispetto a modelli più rigidi, e dunque in difficoltà, come quello della concorrente H&M (che possono funzionare come casi di studio della sessione, considerando in aggiunta la rilevanza del lavoro migrante per questi temi). E in cui la produzione in quanto tale sembra perde di centralità.

Ciò non significa tuttavia che venga meno il piano dell’industrializzazione, ma au contraire che tutti i cicli e circuiti del capitale vengono industrializzati. Da un altro punto di accesso allo stesso discorso, il “riavvicinamento” dei luoghi di produzione proietta una luce differente su alcuni assunti e su alcuni grandi progetti logistici indagati in questi anni. Emblematica in merito la “Nuova via della seta”. Se infatti, in prospettiva, la Cina passa dall’essere “la fabbrica del mondo” a proporsi quale nuovo polo di avanguardia tecnologica, il “senso” di questa grande opera infrastrutturale non risiederebbe nella movimentazione di merci che essa consente, ma si tratterebbe in sostanza di inquadrarlo più che altro come strategie di egemonia politica di una globalizzazione a trazione cinese – mettendo a nudo una politica logistica che con la logistica stricto sensu ha in realtà poco a che fare.

In questo terzo snodo di riflessione ci chiediamo dunque come poter codificare le attuali trasformazioni dello spazio e del tempo, assumendo che necessariamente tale questione vada inquadrata in senso trans-disciplinare indagando come spazio e tempo si ridefiniscono sia in termini concettuali che all’interno delle loro manifestazioni più materiali a partire dalle forme della produzione, della distribuzione e del consumo. Una delle prospettive che ci piacerebbe approfondire è quella legata alla temporalità, in quanto negli ultimi decenni la riflessione critica sii è primariamente concentrata sullo spazio. Ci interroghiamo dunque sul senso oggi di quel movimento individuato molto tempo fa di “annichilimento dello spazio attraverso il tempo”.